Diario

Siamo fatti così..

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Forse Violetta pensava che me la fossi scordata, la catena, e invece..

SONO: fatalista
TENDENZIALMENTE SEMBRO: una stronza
FREQUENTO: chiunque, non ho pregiudizi
EVITO: di parlare di politica e di religione, certe cose me le tengo dentro
AMO: la vita

ODIO: la passività
ADORO: la semplicità
DETESTO: chi parla solo per far rumore
RICORDO: la mia prima volta
RIMUOVO: nulla

RESTO INDIFFERENTE: all’ipocrisia
MI COLPISCE: la diversità
MI INNERVOSISCE: la mancanza di rispetto
MI RILASSA: leggere
CHIEDO: un po’ meno sfiga..
OFFRO: attenzione
SE MI DANNO 10: mi stupisco
SE DO 10: sono sincera
IMPAZZISCO: se non provo emozioni
MI DEPRIMO: se non posso ridere
MI VESTO: come mi capita
MI SPOGLIO: tutta, tranne i calzini
MI ELETTRIZZA: prendere a pugni un sacco
MI DEMORALIZZA: ascoltare una bugia
MI PIACEREBBE: vivere meno le persone
Mi farebbe molto piacere che, Oscar, la Guressa, Brigida, Daniele e la Sciura Pina continuassero la catena, se ne hanno voglia ovviamente, grazie.

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Film fuori concorso

Il labirinto del fauno

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Trama
Dopo aver visto Amelie con il suo mondo a colori, pensavo che i miei occhi non si colmassero mai più di cotanta bellezza. Io non sono la tipa che prende le sbandate facilmente, avrò visto almeno diecimila pellicole in tutta la mia vita, quindi diciamo pure che son ferrata, magari non sono il Mereghetti, ma riesco comunque ad estirpare il fascino dalle cose che vedo. Chi mai avrebbe immaginato, che un film così fantastico potesse racchiudere tutte queste sfumature. Fin dalle prime scene ho sentito il bisogno di farne parte, la drammaticità aiuta ad aprire il cuore, la fantasia a scaraventarci in un mondo che apparteneva anche a noi, e come nella vita anche nel film, la realtà ci fa cadere per terra appena la si sottovaluta. La guerra, l’amore, la magia, la famiglia, la bontà, il coraggio, la tragedia, ed infine, il sogno che diventa realtà. Ecco io non ho parole, erano anni che non mi sentivo così emozionata, dopo aver visto un film.

Musica

Tempo di fiere

– che fai, ci vai in fiera oggi a Spezia?

– non lo so ancora, tu ci sei già stato?

– sì, ci sono un sacco di banchi da vedere, e poi dura tre giorni, c’è un bordello di croccante, roba da cariarsi i denti solo a guardarli, quei banchi lì.

– ecco appunto, per una che è a dieta è il massimo proprio..

– ah dimenticavo, c’è una cosa bella da vedere, c’è il palio!

– ma come il palio? a la Spezia?

– sì sì, l’ho sentito dire..

– ah già è vero, ci sono i cavallucci marini, che fanno il giro del golfo!

 

Vita da videoteca

Gesticolo

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Nel mio mestiere esistono due cose che mi mandano in bestia, la prima è catalogare i film a luci rosse, chè mi viene il mal di stomaco a vedere certe cose, che poi son gusti, ma a tutto c’è un limite; la seconda è quando sto appunto catalogando, e lo faccio in orari di chiusura, e puntualmente arriva quella decina di persone che, non solo ti bussano anche se sei a luci spente, ma una volta fatti entrare per cortesia, ti raccontano la storia della loro vita, senza prendere in considerazione il fatto che magari stai lavorando e non hai il tempo e neppure la voglia. Durante la pausa pranzo per l’appunto, mentre sto catalogando, mi bussa una donnina, io la faccio entrare e lei comincia a chiedermi informazioni sull’arrivo di un film. Subito dopo dice di conoscermi, più che altro di conoscere la mia famiglia, e mi racconta che sua figlia era al liceo con mio padre, poi mi racconta di sua nipote, mia cliente anche lei, poi parla del tempo e spara due previsioni, insiste col discorso della gioventù bruciata e cafona per le strade, ed infine, dopo venti minuti di confessionale mi parla di religione e di Don Piero. Purtroppo quando parlo ho il dannato vizio di gesticolare e qualsiasi cosa io abbia in mano si muove con me, anzi meglio se ho qualcosa con cui giocherellare, chè così gesticolo meno. Eravamo entrambe prese dal discorso, quando ad un certo punto, la simpatica donnina interrompe la conversazione e frettolosamente si avvicina alla porta. Mi saluta e se ne va. Qualcosa non mi tornava, forse avevo detto troppo o forse troppo poco, ma ancora la cosa non mi tornava, ero stata così carina e disponibile. Ah ecco ora ho capito, certo che potevo evitare di gesticolare con in mano la copertina del film ‘il codice di Minchia’.

Diario

La lavanderia

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Ed eccomi carica come pochi, come di consueto mi reco alla lavanderia a gettoni per il mio bucato settimanale. Mia madre dice che somiglio ad un vucumprà con quel sacchettone, e non posso certo biasimarla, a seconda di come lo tiro su dal bagagliaio a volte perdo l’equilibrio. Sono quasi le nove, e stasera stranamente non lava nessuno. Mentre comincio a caricare la lavatrice sento una voce maschile salutare, alzo il capo e mostro un sorriso semiplastico. Subito dopo apro la busta dei detersivi e comincio a smacchiare le felpe, chè sono almeno una dozzina, ne impadello una ad ogni pasto. Mi raccolgo i capelli con una matita pescata nella borsa, e mi presto ad una performance da massaia proffessionista. Mi accorgo con la coda dell’occhio che il ragazzo mi guarda, e allora lo guardo, lui mi sorride e io gli sorrido. Qualcosa non ti torna, dico io con tono gentile, il fatto è che per me è la prima volta e non so davvero come fare, dice lui con tono titubante. Il ragazzo è stato appena scaricato, mi dico tra me e me, sembrava ce l’avesse scritto in fronte e certe cose pesano da portarsi dietro. Gli do un paio di dritte ed il giovine comincia a svuotare i due sacchi. Avviato il mio bucato, come una maestrina mi avvicino e lo osservo, mi faceva tenerezza. Dici che queste felpe ritornano pulite anche se le lavo a quaranta gradi?. Che domandone penso io, e poi ormai rapita dal ruolo di suprema lavandaia, prendo una felpa e con il mio potente scioglimacchia, improvviso una di quelle pubblicità convincenti che si vedono in tv. Ormai avevo conquistato la mia cattedra e con rapida maestrìa mi curai di quasi tutto il suo bucato. Cercava di essere carino, ma si vedeva che sarebbe esploso da un momento all’altro, pareva avesse un insegna stampata in viso, con su scritto you lose, era gobbissimo, e sono quasi certa che morisse dalla voglia di confidarmi qualcosa che gli alleggerisse il carico. Torno dopo trenta minuti giusto il tempo che ci impiega a lavare i miei diciotto chili di panni, e lo trovo a litigare con la macchinetta dei gettoni, mi accorgo solo dopo qualche battuta, che il suo accento mi è famigliare, infatti è di Roma ed è in marina, anche il mio ex era in marina. Adesso mi faceva ancor più tenerezza. Passano altri trenta minuti ed è il momento di piegare i panni, chè quando sono ancora caldi devi piegarli subito, così eviti di stirarli. Queste malizie, tutto merito della nonna, chè il profumo dei suoi bucati ancora me lo ricordo, ma coma faceva a farli venire così bianchi, ancora me lo chiedo. Così uno davanti all’altro cominciammo a piegare, e battuta dopo battuta il ragazzo cominciava a sciogliersi. Sono stato mollata da una ragazza di qua, stavamo insieme da due anni, ora sono fisso in questa città per altri tre anni grazie a lei, e io vorrei congedarmi e tornare a Roma che potrei lavorare con mio cognato come commercialista, sono laureato e ho ventinove anni. Come pensavo appunto, lo si vedeva lontano un miglio. Rideva come un bambino, anche se lo faceva con timidezza ed abbassava lo sguardo frequentemente, probabilmente l’avevo messo in imbarazzo con il mio silenzio, che forse stava a dire che lo capivo e che mi dispiaceva dell’accaduto. Le ragazze vennero a vedere che fine avevo fatto, e si accorsero subito di avere interotto un qualcosa. La più spigliata delle due cominciò a fare domande a raffica, ci mancava giusto una lampada sparata in viso e poi sembrava un interrogatorio, lei lo fa è quasi un vizio. Mancava un quarto d’ora prima di andare a teatro, e come al solito saremmo arrivate in ritardo. Il ragazzo ci scorta fino alla macchina, prima di salire poi mi dice, allora ci vediamo lunedì prossimo, chè porto il piumone e solo tu potrai aiutarmi in quest’impresa! Che strano modo di rimorchiare pensai. Avrei potuto rispondere qualsiasi cosa, ma mi limitai a strizzargli l’occhio, chè fa molto scaricatrice di porto. Accidenti al machismo imperante..

Diario

…e naufragar m’è dolce

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Sono le due e il tempo non passa come dovrebbe. Cerco con risolutezza il modo per potermi districare da una serie di situazioni anomale e poco salutari, eppure mi dico che c’è un modo per potersi impermealizzare, per poterle far scivolare addosso dico. Mi abbandono a strani pensieri e non escludo che causa di questo mio malessere, sia fondato su inconfutabili certezze che m’appartengono, che son proprio mie. Che io alla fine sono fatalista, sto bene dove sto ecco, e non è certo mia abitudine restare immune alle persone. Poi mi guardo intorno e vedo una casa, le mie cose, i miei animali con le loro strane abitudini, il mio guardaroba di fronte al lettone e mi sento rivestita di affetto, chè la mia casa è come una grande mano chiusa in un pugno. Sono le due e mezza e ancora niente, io vegeto e aspetto il sonno. Tutte le ho provate le angolazioni, e nessuna che fosse degna abbastanza per farlo arrivare, sempre del sonno parlo. Ora mi alzo che ho sete e vado in cucina, mi verso un bicchiere d’acqua mi metto a sorseggiare e mi vedo riflessa nei vetri della finestra. Mi guardo, chè sono di profilo e la cosa mi stuzzica, e mi riguardo ma questa volta buttando fuori la pancia più che posso, adesso si che lo vorrei un figlio pensavo, ed è molto strano che io mi dica frasi così importanti fra me e me, mica posso mentire a me stessa. Poggio il bicchiere, chiudo la porta e torno in camera, apro la finestra e me l’accendo. Scende un velo di razionalità e torno in me, ma sono già le tre e mezza, ‘mazza quanto ho pensato mi dico e sdraiandomi poi ci ripenso, si va beh un figlio, caspita, con tutte quelle che si sentono in giro, e poi i nove mesi, e le nottate in bianco e lo sbattimento per cercargli un nome che gli piacerà, e i pannolini e le pappine e il tiralatte e tutte le gioie dei giorni che verranno e ora lo sento che arriva il sonno, e allora mi metto su un fianco e sbadigliando do la buonanotte, al cuscino però.